Il Théâtre De Poche suggerisce :

 

 

 

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Presentazione dell’autore

Scrivere è un’attività meravigliosa.

Consente di inventare storie e mondi migliori, peggiori e comunque diversi; consente di aprire a tutti il bagaglio delle proprie conoscenze, delle proprie letture, dei propri affetti.

E più di tutto, permette di rappresentare le emozioni.

Non sempre è consentito, perfino a chi scrive, mostrare le passioni più forti: uno deve costruire una storia, scendere a patti col lettore e rispettare regole. Poi si deve tener conto dell’editore, delle esigenze commerciali, degli orientamenti del mercato e dei gusti di chi dovrà leggere, ascoltare o guardare: il testo deve diventare un “prodotto”, e come tale sarà gestito.

Ci sono però rarissime e fortunate occasioni in cui un testo, nato in un luogo imprecisato tra cuore, stomaco e fegato e al quale il cervello ha partecipato poco o nulla, arriva diritto diritto sulle pagine, prorompente come la perdita da un tubo rotto, violento come un moto di rabbia e univoco come uno scoppio di pianto. Il ricordo è là, preciso e formidabile, con tutti i colori al suo posto, le facce, i suoni e perfino i sapori intatti come se stessero accadendo nel preciso momento in cui viene scritto.

E come per magia il lettore o lo spettatore se ne accorge, e rimane là a bocca aperta, perché sa che in quel momento sta assistendo a un’emozione.

“Juve – Napoli 1 a 3: la presa di Torino” è solo questo: il ricordo puro e semplice di un’emozione. Non di un’emozione qualsiasi: dell’emozione più forte, felice e assoluta che chi o ha scritto abbia mai provato. E’ la storia di una giornata, di un viaggio e di un evento. La mera elencazione di una serie di fatti, niente di più. E tuttavia, se si dovesse rappresentare quella giornata con un elettrocardiogramma, si osserverebbero più picchi della catena andina.

E’ la storia di una giornata che divide la vita di quattro amici, e di migliaia di persone attorno a loro, in due parti, il prima e il dopo; è l’inizio di un’esistenza nuova in cui nulla è mai più stato uguale a prima.

Ma non era solo una partita di calcio?, si chiederà qualcuno. No. La risposta è no: non era solo una partita di calcio.

Chi ha vissuto quel giorno sa che non lo era. E può promettere, e promette, che chi assisterà allo spettacolo se ne accorgerà immediatamente. Anche se del calcio non gliene frega niente.

Perfino se è tifoso della Juventus.

Parola d’onore.

Maurizio de Giovanni, Napoli 16 gennaio 2009

 

Note di regia

A Torino il nove novembre 1986 giungono 4 uomini venuti da lontano a bordo di una fiat regata diesel.

A Torino 4 uomini in trasferta per assistere all’ennesima sconfitta annunciata.

Ma il destino aveva già deciso da tempo.

Assisteranno increduli ad un istante, una vittoria che avrebbe cambiato la storia, anche la loro.

Quattro tifosi lentamente verso l’alto, da Napoli a Torino e velocemente verso il basso da Torino  a Napoli.

Un ritorno in discesa e un futuro…fiducioso.

Il tifoso è testimone oculare di un evento di cui non nega la straordinarietà.

Testimone al cospetto della storia.

È il reduce che torna e non ha ancora smesso di raccontare.

È uno dei quattro. Sistema i ricordi, avverte la responsabilità di aver assistito ai fatti.

Costruisce un percorso: la macchina scenica che ricorderà l’attimo in cui tutto cambiò. Questo tifoso è artefice assoluto del ricordo.

Il tifoso è l’attore che itera con fede perché ha assistito al miracolo.

Il ricordo é un fiume in piena.
il racconto non vuole arginarlo ma , anzi, fissarlo, sistemarlo con un’unica ambizione : non dimenticare mai e ricordare e raccontare e rivivere.
Facciamo come l’autore, non nominiamo nessuno.
Esercitiamoci a considerare cosa siamo e perché.
Alimenteremo ricordi obiettivi, concreti di sangue ,carne e polvere.
Ci accorgeremo di avere molti più ricordi, molti più istanti indimenticabili.
Ci accorgeremo di avere vissuto una vita più lunga, più bella.

                                                                 Massimo De Matteo

 Pensieri dell’attore

Ci sono giornate nella mia vita che difficilmente dimenticherò. C’è ne una che sono sicuro che mai e poi mai dimenticherò.

Questa storia comincia con una frase esemplificativa in cui il protagonista narrante confessa che sa che esistono cose molto più importanti di una squadra di calcio e dell’amore per essa. Ed è affermazione che mi trova assolutamente d’accordo. Ma è vero anche che la sfera della razionalità non può esplicare l’ inesplicabile se si ritiene essere tale il tifo .Il tifo come sinonimo di comunanza, di punto d’incontro, di crocevia che accomuna in un’unica enorme piazza festante (ma anche “luttuosa”) ragazzi e anziani, ricchi e poveri, intellettuali e ignoranti(….).

Mio padre, i miei zii, mia madre, le mie zie, i miei cugini, le mie cugine, i miei migliori amici dell’adolescenza, tutti coloro che mi circondavano fin da bambino, tutti erano (e sono ) tifosi del Napoli. A differenza delle grandi squadre di Milano, Torino, Roma, la simbiosi tra la Squadra e la città è totale perché si esprime nell’unicità della rappresentanza e nell’unicità della sofferenza trascorsa.

 Il Napoli nasce nel 1926 e per oltre 60-anni-60 sopravvive a se stesso tra improvvisi ed esaltanti momenti di gloria e più costanti e deprimenti sconfitte. Sconfitte terribili , sconfitte immeritate e per questo ancora più difficili da sopportare, sconfitte che negli anni hanno costruito nella povera e sofferente anima del “TIFOSO DEL NAPOLI” un complesso di inferiorità ma soprattutto di ineluttabilità  della sconfitta.

Il Napoli magari giocava bene, magari vinceva partite importanti, magari era capace di lottare fino in fondo per raggiungere la vetta, ma c’era sempre un’asperità improvvisa, una sfortunato colpo di vento , un fosso imprevedibile che disarcionava l’amatissimo ciuccio dal compiere l’ultimo passo verso la sommità e godere finalmente il panorama. E più spesso che mai quell’asperità, quel refolo di vento, quel fosso , avevano due colori :il bianco ed il nero. La maglia della Juventus . anzi no. ‘A

Maglia d’ ‘a Juve. Nel 1950, nel 1967,nel 1974 , nel 1981, nel millenovecentosempre  il sogno di arrivare alla vetta più ambita e desiata , LO SCUDETTO, si era dissolto davanti a quel muro bianco e nero. Durante la mia adolescenza nulla mi ha procurato più dolore ( vero, fisico, viscerale) della Juventus, neanche gli sguardi negati delle ragazzine che sognavo.  I colori bianco-neri, i non colori bianco-neri che inghiottivano i celestiali colori azzurri mi creavano dolore di stomaco al solo rappresentarsi nella mia mente.

Tutti questi “miei”sentimenti sono magicamente condivisi da Maurizio De Giovanni ,autore di questo racconto-verità, “La presa di Torino”, che narra di quella giornata di novembre del 1986 quando , dopo poche giornate di campionato vissute gomito a gomito con la Juventus, tutta la città accompagnò la squadra fino a Torino per sfidare il mito a casa sua.

Avremmo perduto certo, ma avremmo combattuto. Avremmo pareggiato certo, e sarebbe stato meraviglioso.

 La verità era che nessuno di noi aveva capito fino in fondo che stavolta con noi non c’era Masaniello , c’era un uomo , un uomo vero, grande ,forte, c’era…….

                                                                                                                           PEPPE MIALE

 RASSEGNA STAMPA

La Repubblica

26 FEBBRAIO 2009

 

 

Juventus-Napoli: 1 a 3 fa ancora battere il cuore

 

Se la passione si tinge di azzurro, se ricordi lontani ritrovano brividi che attraversano una platea appassionata, se un teatro di citazione e memoria gioca con una drammaturgia in cui racconta eroismi di tifoserie appassionate, sfuggendo alle secche pericolose del “monologo”. Passionee mai aggressione. All’ auditorium del Bellini, per la rassegna “Nuovi Sentieri 8 – Sguardo contemporaneo”, è in scena “La presa di Torino – Juventus-Napoli 1-3”. Per raccontare la storia di una trasferta storica, che vide il piccolo manipolo del “Club Napoli-Forcella” spingersi, una domenica del novembre del 1986, verso la lontana Torino. Alla conquista di una vittoria sperata e non dovuta. Ci sono molti modi per trasformare storie minime in squarci illuminati di tenerezza, passione, notizie, eroismi del cuore. E questa poteva certamente essere un lieto esercizio da cabaret. Maurizio De Giovanni, Massimo De Matteo e Giuseppe Miale l’ hanno fatta diventare invece frammento di un teatro emozionante. Anche per chi allo stadio non va, ma dalle storie ben costruite e raccontate, si lascia volentieri sedurre. Perché questo viaggio rapido verso Torino e il suo stadio, per una incredibile “teatrocronaca” di partita appassionante come un’ avventura dei sentimenti. In scena un giovane napoletano, anzi quattro, evocati e raccontati da Miale, generoso e bravo, in un incessante armeggio di palloni ed oggetti da sistemare con nevrotica tensione. Lui il “malato” s’ incammina con Salvatore l’ “entusiasta”, Raffaele il “disfattista”, Luigi il “sofferente”, ed è percorso nervoso, aggressivo, disperato, ma anche divertente e leggero per notazioni e invenzioni. Accompagnato dalle canzoni d’ epoca dei “Cugini di campagna”. Bella idea di scenografia, semplice per segni ed invenzioni, firmata da Luigi Ferrigno. E dunque allo spettatore tifoso potrà battere il cuore. Insieme con quelli degli altri che tifosi non sono.

     Giulio Baffi                              

 

Articolo 21

25 FEBBRAIO 2009

 

Napoli- Juve, non solo una partita di calcio

 

Per poter raccontare cosa rappresenta l’incontro di calcio tra le squadre di Napoli e Juventus è necessario, senza dubbio, travalicare i confini sportivi ed immergersi in resoconto storico, sociale e politico che meglio potrebbe chiosare ciò che semplicemente si sintetizza come fede calcistica.
Napoli contro Juventus è qualcosa di più di un incontro tra ventidue uomini che rincorrono un pallone: è il Sud contro il Nord, almeno fino a quando l’unico baluardo meridionale nella massima serie era rappresentato solamente dai Partenopei. Napoli contro Juventus nel ventennio che si è concluso a fine anni novanta del secolo scorso era la voglia di rivalsa, di riscatto di chi era stato costretto ad emigrare, dell’operaio contro il Padrone “dalla erre moscia”. Una lotta ancora attuale visto quanta poca speranza s’intravede in queste settimane alla Fiat di Pomigliano D’Arco. Napoli contro Juventus si sintetizzava anche negli articoli, velati da ironico razzismo, dello “scrittore pallonaro” Giovanni Arpino al quale prontamente rispondevano dalla redazione di via Chiatamone. No, Napoli contro Juventus non era e non è una semplice partita di calcio.
Lo scrittore Maurizio De Giovanni ha dato alle stampe, per i tipi “Cento Autori”, un racconto,  con il quale ha voluto ricordare una storica impresa sportiva dell’undici guidato dal Pibe de Oro Diego Armando Maradona. Il racconto di una trasferta di quattro amici, verso il capoluogo piemontese, era il 9 novembre del 1986,  dove assisteranno al successo per 1 a 3 dei propri beniamini. Vittoria, poi, che lancerà la squadra verso la conquista del suo primo tricolore.

 
Di questo racconto il regista Massimo De Matteo ne ha ottenuto una interessante rielaborazione teatrale, in scena in questi giorni al Bellini di Napoli nell’ambito della rassegna “Nuovi Sentieri 8 –Sguardo Contemporaneo”, che vede come unico attore protagonista Giuseppe Miale. L’interpretazione, superata qualche secca iniziale nei ritmi e quella prevedibilità connotata dagli  anfratti di una semplicità testuale, riesce a disegnare sul palcoscenico quelle emozioni che fanno diventare il calcio letteratura. Bene anche la scenografia di Luigi Ferrigno, una porta  ed un’impalcatura con cui simulare le gradinate del “vecchio e glorioso Comunale di Torino”.
Un lavoro che possono gustare anche i non tifosi, o chi non condivide la fede, o meglio “la malattia” azzurra. Incalzante Miale verso la fine, quando dallo sconforto improvvisamente calato nel settore ospiti si passa alla più irrefrenabile gioia. Non si trattò di una semplice vittoria calcistica ma di “un appuntamento con la storia”. Probabilmente qualcosa di più. Le tre reti, nell’ordine, di Ferrario, Giordano e Volpecina, con le quali il Napoli prima pareggiò e poi superò quella bianconera di Laudrup, furono tre marcature che aprirono uno scenario, non solo calcistico, molto diverso. Fatto di emozioni, voglia di superarsi, un roseo disegno che da li a qualche anno sarebbe stato cassato per sempre. Il calcio moderno, quello delle trasferte vietate in nome della sicurezza a favore del business televisivo, avrebbe preso definitivamente il sopravvento.

Pietro Nardiello

CRONACHE DEL MEZZOGIORNO

26 FEBBRAIO 2009

 

 

PRESA DI TORINO

LA RISCOSSA NAPOLETANA

 

Non è il ricordo epico di una trascurata vittoria militare dei secoli andati, ma il titolo “Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino” è l’ultimo lavoro di Maurizio De Giovanni, con l’ottimo Peppe Miale, che in questa settimana va in scena all’Auditorium del teatro Bellini. La presa di Torino, diventa uno di quei ricordi isolati nel tempo, che marcano ancor di più lo sconsolato umore del vero tifoso, che dopo aver assaggiato una torta deliziosa, è costretto adesso a restare all’asciutto e affrontare una dieta che lo farà scendere sempre di più, dalla classifica dell’orgoglio a quella delle pericolanti instabilità. “Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino” è il sagace ritratto artistico di una forte emozione, che per una città come Napoli, va oltre il singolo evento e si riscopre eccitazione vera e propria, che proietta fasti futuri e sogni destinati, nella loro fragilità, ad essere rotti. A ciò è abituato chi combatte e fonda la sua gioia su tale lotta, che nello sport ha un ruolo maggiore di riscatto, per la nobiltà di principi sui quali si fonda una gara e il successo di una squadra. E’ la rappresentazione di una sequenza di passi che hanno costruito una giornata come altre, ma speciale nei suoi risvolti inaspettati. Al centro della platea, la storia di quattro amici che vivono la gara come una prova importante e fondamentale: la gioia del dopo è come la porta che si apre su una nuova vita, ove nulla è uguale a prima. E’ la dimostrazione che quando uno ci mette il cuore, lo sport va ben oltre le prospettive che si prefigge, diventando vicenda di vita e di riscatto del proprio orgoglio, indotto dalla catena umana che stazza intorno alla nostra emozione. Il tifoso diventa così, un personaggio qualunque che racconta una semplice cronaca di un giorno assolutamente diverso dagli altri, come tutti quei giorni che noi sogniamo come rottura della atavica monotonia che attanaglia le nostre esperienze. Del resto la storia, inizia con l’affermazione del protagonista che esistono cose più importanti della squadra del cuore: sicuramente lo è la comunanza che porta gente diversa a vivere, con la dovuta compostezza ovviamente, un’esperienza unica che sembra avere lo sport come scusa, per riprendere le simbiosi adrenaliniche, come proseguo dei ricordi del gruppo familiare unito alle esperienze del tifo d’assieme. Napoli è l’unica piazza ove la vita di una città si fonde con l’esperienza dello stadio, che non si conosce a livello mediatico perchè sono frutto delle più profonde emozioni, del singolo uomo tra tanti. Una realtà che diventa ancor più vera se ricordiamo la storia calcistica del riscatto, che dalla serie C è giunta alla serie A e, come tante matricole inesperte ma ben assemblate, con semplicità e passione per intenderci, giunge anche in odor di vetta e compie godurie come la rappresentazione in oggetto, per poi crollare, lenta e inesorabile, nel più profondo di quegli atavici sogni che caratterizzano il profondo sud. Maurizio De Giovanni è l’autore di un racconto verità, coadiuvato dalla interpretazione di Peppe Miale che è ragazzo di Napoli e uomo di teatro, con i costumi di Alessandra Gaudioso, le scene di Luigi Ferrigno, le musiche di Floriano Bocchino, la regia di Massimo De Matteo. Molto spesso il napoletano è colui che non conosce realmente le proprie possibilità, ma forse di più i propri complessi, per non essere abituato a concepire la vittoria e la sconfitta nel modo in cui si dovrebbe. Nello stesso tempo disdegna il pareggio, perchè è comunque la sconfitta di ambedue orgogli, che servono entrambi ad esistere, a esprimere in pubblico le proprie emozioni, a prendere da quelle degli altri la linfa vitale, per andare avanti. La presa di Torino diventa così una piccola aspirina contro il male del complesso del meridionale, che affrontando lo sport e il mondo che ci gira attorno, sa che in una piazza come la torinese, deve moltiplicare per cento le proprie potenzialità e disponibilità, e per questo conseguendo un vero e proprio orgasmo intellettivo e sensoriale di fronte all’inaspettata vittoria. Peppe Miale con l’esperienza del suo Theatre De Poche che ha offerto la collaborazione attiva alla realizzazione dello spettacolo, riproduce la forza della comunanza sportiva fondendola con quella del palcoscenico, essenziale come la prima per fare il risultato. Traspare alla fine un inusitata immagine pulita del tifoso perchè non c’è rappresentazione spinta o modellata della violenza: solo quella di una passione, che vive la sua emozione pensando a come sarà diversa e più lucente, la mattina del giorno dopo.

 Bruno Russo        

   

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO

1 Marzo 2009

 

 

Emozioni calcistiche rivissute

 

Di rado lo sport finisce a teatro, ma se avviene è evidente la marcia in più regalata all’attore da una passione vera, degna del miglior Stanislavskij. E’ ciò che accade a Peppe Miale, e a gran parte del pubblico, nel corso di “Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino”. Uno spettacolo, ma soprattutto un atto di amore, degno del miglior “malato” del Napoli. Gente che vive e che soffre per i colori azzurri, anteponendoli anche alla famiglia, al lavoro, alla fidanzata, e che ogni anno attende una gara, quella contro gli invincibili bianconeri, unico sfizio (in caso di vittoria) di stagioni più o meno medriocri. Ma nel racconto di Maurizio De Giovanni diretto da Massimo De Matteo c’è un’avventura unica, quella di una trasferta in Piemonte, in cui il famoso sfizio si trasformò in felice viatico al primo scudetto del Napoli, desiderio proibito di generazioni di tifosi.Il monologo si trasforma così in un climax di emozioni vissute il 9 novembre del 1986 da quattro ragazzi partiti dal Vomero in una Regata Fiat alle 4 del mattino, destinazione Comunale di Torino.Il resto come è noto è storia: il gol gelido di Laudrup al 5° della ripresa, l’impossibile pareggio di Ferrario al 28′, il raddoppio spettacolare di Giordano un minuto dopo, il suggello, infine, del casertano Volpecina al 90′. 

 Stefano De Stefano.                     

Teatro.org

25 FEBBRAIO 2009

 LA PRESA DI TORINO (JUVENTUS-NAPOLI 1-3)

Nella storia di ogni tifoso vi sono partite più importanti di altre, che crescono nel ricordo alimentate da tutta la passione con cui sono state vissute e con il passare degli anni e il lento sbiadire delle immagini nella memoria possono assumere finanche una dimensione epica. Juve-Napoli 1-3, monologo teatrale di Maurizio de Giovanni, scrittore già noto per le inchieste del commissario Ricciardi, racconta il viaggio di quattro tifosi che, legati unicamente dalla comune passione per il Napoli, attraversano la penisola a bordo di una vecchia auto e con il sottofondo musicale dei Cugini di Campagna, un’ascesi mistica verso un luogo profano: lo stadio di Torino, dove ha luogo l’eterna sfida fra Vincitori e Sconfitti, la boria aristocratica contro l’ingenua frenesia del popolo. La vittoria del Napoli assume pertanto il valore di un ribaltamento storico, cambia le prospettive, alimenta le speranze, scatena la gioia.

La rappresentazione gioca molto sull’emotività e sul ricordo, raccontando con intima dolcezza e un malinconico sorriso il crescere delle aspettative, gli eventi minimi e la folgorante allegria di quel giorno. La splendida interpretazione di Peppe Miale riempie la scena e gli dà colore: il pubblico si fa tifoso, applaude e si esalta per i suoi eroi, sorride bonario alle intemperanze degli altri tifosi, e si rende partecipe di una gioia collettiva che matura e finalmente esplode. Si esce dal teatro senza contenere il riso: una partita è stata vinta.

 Aldo Putignano    

 

 

IL ROMA

26 Febbraio 2009

Quella voglia di rivolta interiore

Chi, recandosi all’Auditorium del teatro Bellini per assistere alla messinscena di “Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino”, pensa di trovarsi dinanzi al solito monologo partendo dal presupposto che sul palcoscenico vi è soltanto un attore, ebbene, si sbaglia di grosso. Basteranno pochi istanti, infatti, per capire che i scena vi è un vero e proprio spettacolo dove, Peppe Miale, l’attore protagonista del lavoro tratto dal racconto di Maurizio De Giovanni, mostra l’energia e la godibilità di un’intera compagnia teatrale di dieci artisti. Soffrendo, scalpitando, travolgendo, sognando, Miale nel rendere vivi quei ricordi di quella lontana domenica del 9 novembre del 1986, così bene descritti dal giallista De Giovanni, compie un vero e proprio miracolo riuscendo a rendere palpabili nell’aria quelle stesse emozioni vissute dai tifosi del Napoli per la leggendaria vittoria in casa della Signora Juve. Guidato dall’attenta regia di Massimo De Matteo, che del testo originario non perde una sola sfumatura e che da esso, anzi, trae ulteriori spunto per nuove sensazioni emotive, Peppe Miale, sul palco dell’Auditorium del Bellini, circondato da un folto pubblico entusiasta, porta tutti in una dimensione fatta di orgoglio e passione dove la maglia azzurra diventa solo il pretesto per un riscatto umano e sociale. Trasformando virtualmente la platea nelle gradinate dello stadio Comunale di Torino e farcendo di ininterrotte coloriture il bel testo dello scrittore partenopeo, Miale esalta non solo il ricordo di una vittoria calcistica, ben sì la memoria di un evento che vide la città, dai bassi di Forcella agli attici di via Petrarca, dai vicoli della Sanità al Lungomare di via Caracciolo, unita in un solo grido “Forza Napoli”. Con i costumi di Alessandra Gaudioso, le scene di Luigi Ferrigno, le musiche di Floriano Bocchino ed in collaborazione col Theatre De Poche, lo spettacolo “Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino” porta tra il pubblico quel sapore della vittoria e quella dimenticata voglia di rivolta interiore e di rivincita nei riguardi di una società opprimente ed ottusa. Presentato nell’ambito della rassegna “Nuovi Sentieri 8”, diretta da Daniele Russo e prodotto da “Le pecore Nere”, il lavoro che merita ben altre repliche ed attenzioni, diventa, partendo dal sentimento scaturito dall’amore per la squadra del Napoli un monito di speranza per una città che, proprio come accadde quella fatidica domenica di 23 anni fa, decida, finalmente, che sia arrivata l’ora di vincere ancora. Dal ricordo della partenza senza speranza di quattro tifosi napoletani in una Fiat Regata, alla minuziosa ed introspettiva descrizione della loro trionfale giornata torinese, il racconto di De Giovanni, offre una grossa opportunità drammaturgica a Miale attore e De Matteo regista gli stessi che, cogliendo con abilità e maestria l’occasione, la trasformano in un momento teatrale di sicuro successo ed indiscutibile qualità.   

 Giuseppe Giorgio      

CAMPANIA SUL WEB

27 FEBBRAIO 2009

Juve-Napoli 1-3… Magari!

All’Auditorium del Bellini di Napoli il ricordo di una storica partita raccontato da Peppe Miale

Se volete tornare a fare battere il vostro cuore per la magica bandiera azzurra del Napoli, visti i tempi bui attuali, e se volete rivivere l’emozione di una favolosa e storica partita del 1986, recatevi in questi giorni all’Auditorium del Teatro Bellini di Napoli, dove, fino a domenica 1° marzo, è in scena Peppe Miale in “Juve–Napoli     1-3”, per la regia di Massimo De Matteo.

 UNA MALATTIA – Quando si parla di calcio a Napoli non si parla di una semplice passione, ma di una vera e propria malattia con tutti i suoi sintomi specifici: tachicardia, sudorazione, vampate di calore, adrenalina, tensione muscolare, crampi allo stomaco, perché il vero tifoso soffre con tutta la sua squadra del cuore e ne sanno qualcosa i tanti supporter del Napoli che in questo periodo vivono un momentaccio. Peppe Miale, guidato dalla sapiente regia di De Matteo, attraverso una straordinaria mimica, tanto sudore e infervorata passione, trasmette tutte le emozioni della storica partita del 9 novembre del 1986 disputata a Torino.

 

RISATE E EMPATIA – Il brillante monologo, scritto da Maurizio De Giovanni,  con un buon ritmo e con delle belle trovate sceniche, raccontando le vicissitudini di un gruppo di quattro amici tifosi in trasferta a Torino, descrive quella storica giornata che ha regalato un sogno ad un’intera città. Il pubblico presente in sala, battuta dopo battuta, non può che sorridere ed emozionarsi ricordando le “eroiche” gesta di quegli undici “gladiatori” che, dopo un goal subito, rimontarono contro la “Signora Juve” con tre goal.

 

CHE SIA UN PORTAFORTUNA? – Il bravo Miale riesce, attraverso le esclamazioni ottimiste, disfattiste, arrabbiate e sofferenti dei quattro amici, a trasmettere tutte le emozioni di un vero tifoso. Esilaranti sono i momenti in cui il bravo attore non riesce neanche a nominare Lui, ossia Diego Armando Maradona, perché sa che nel farlo connoterebbe Diego di una natura umana che, a detta dell’attore, non gli appartiene. Speriamo che il divertente ricordo offerto al Bellini in questi giorni possa rivelarsi di buon auspicio per la squadra del Napoli, croce e delizia di questa città.

 Roberta De Martino   

       

5 MARZO 2009

Calcio e Teatro

 “Nuovi sentieri”, la rassegna teatrale coordinata da Daniele Russo all’Auditorium del Teatro Bellini di Napoli che si presenta come uno sguardo al teatro contemporaneo, ci propone, tra gli altri, il monologo “La presa di Torino: Juventus Napoli 1-3” dal grazioso testo di Maurizio De Giovanni. Come promesso dall’essenza della rassegna stessa, lo spettacolo ci fa guardare con un nuovo sguardo al teatro d’evasione, laddove al divertimento è sottesa la qualità del buon teatro di attore e di regia. Una scenografia semplice ma efficace: tre pali di metallo da incastrare e un tappeto verde da stendere, la scena si svela pian piano essere l’angolo di un campo di calcio, dove l’attore, il bravo Peppe Miale, accompagnato da un’allegra colonna sonora (“I cugini di campagna” e non solo), recita il suo amore per il calcio. Non è il calcio, però, il vero tema dello spettacolo, ma la passione, di cui Miale ci fa vivere tutta l’emozione, con una bellissima recitazione rigorosa e al tempo stesso fantasiosa, tenendoci desti e attenti per quasi novanta minuti. Nel novembre 1986, quattro amici partono da Napoli in una Fiat Regata alla conquista di Torino, dove la squadra del cuore trionferà in una sperata, più che attesa, vittoria. Non voglio svelare oltre il gioco teatrale e i colpi di scena della bella prova di regia di Massimo De Matteo, voglio solo consigliare la visione di questo bello spettacolo, che mi ha divertito, e a tratti anche commosso, fino alle lacrime.

Daniele Mattera                 

 

  

 

 

 

 

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